Checkpoint Charlie, il muro che cadde il 22 giugno: e un mondo che oggi sembra rialzare le barriere
Il 22 giugno 1990, a Berlino, una gru sollevò di peso una piccola baracca di legno e la portò via. Non era una baracca qualunque: era il Checkpoint Charlie, il valico più famoso del mondo, e a guardarla andarsene c’erano i ministri degli esteri delle quattro potenze che si erano spartite la città, Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Francia, insieme a quelli delle due Germanie che stavano per tornare una. Sembrava la fine, definitiva, di un’epoca di paura.
Quel cartello che faceva paura
Il nome veniva dall’alfabeto della Nato, era il posto di blocco “C”, Charlie, e dal 1961 segnava il passaggio obbligato tra la Berlino Ovest, isola occidentale, e la Berlino Est comunista. Chi arrivava trovava un cartello, in quattro lingue: state lasciando il settore americano. Dietro c’era il Muro, tirato su in una notte il 13 agosto 1961 per impedire ai tedeschi dell’Est di fuggire a Ovest, e c’erano i suoi morti: almeno 245, secondo il museo che oggi ne custodisce la memoria. Tra loro Peter Fechter, diciotto anni, colpito mentre tentava la fuga e lasciato morire dissanguato a pochi passi dal posto di blocco, sotto gli occhi di tutti. Il Muro cadde il 9 novembre 1989, la Germania tornò unita il 3 ottobre 1990, e quella baracca smontata in giugno fu il punto finale della frase.
La promessa di un mondo senza muri
Erano gli anni in cui sembrava possibile tutto. C’era chi parlava addirittura di fine della storia, convinto che con la cortina di ferro fossero cadute, una volta per sempre, anche tutte le altre barriere. Arrivavano la globalizzazione, internet, l’idea di un pianeta senza più confini, dove uomini e merci potessero circolare liberi. Per una generazione intera, il pezzo di Muro tenuto in tasca come souvenir era la prova che certi mostri non sarebbero più tornati.
E invece i muri si sono moltiplicati
Le cose, si sa, sono andate diversamente. Nel 1989 le barriere di confine nel mondo erano una quindicina. Oggi se ne contano circa settanta, per un totale stimato attorno agli ottomila chilometri di cemento, reti e filo spinato, spesso elettrificato. Ci sono quelle che conosciamo dai telegiornali, come il muro tra Stati Uniti e Messico o quello tra Israele e i territori palestinesi, e quelle di cui si parla meno, tra India e Pakistan, attorno alle enclavi spagnole in Marocco, lungo i confini ungheresi, o quelle che i paesi baltici stanno alzando verso la Russia e la Bielorussia. Persino in Europa, il continente che aveva fatto dell’abbattere i confini la sua bandiera, il filo spinato è tornato di moda.
Non solo cemento
Ma i muri più pesanti, oggi, non sono fatti di mattoni. Da oltre quattro anni la guerra è tornata in Europa, in Ucraina, ed è entrata di recente in una delle sue fasi più pericolose, con la parola nucleare che è tornata, paurosamente, nei discorsi dei governi. Lo scorso febbraio è esplosa una nuova guerra, quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran: lo stretto di Hormuz bloccato, centinaia di morti, mezzo Medio Oriente coinvolto. E intorno a questi fuochi si vedono i blocchi ricompattarsi, con Mosca e Pechino sempre più vicine da una parte e Washington dall’altra. Torna perfino il vocabolario che credevamo in soffitta: blocchi contrapposti, deterrenza, sfere di influenza. Le stesse parole della Guerra Fredda.
Si torna davvero indietro?
A essere onesti, la storia non si ripete mai identica. Il mondo di oggi è più intrecciato di quello del 1961: le stesse potenze che si minacciano continuano a vendersi merci e petrolio, e i blocchi sono più sfumati, più multipolari, meno netti dei due di allora. Però la sensazione, davanti al telegiornale della sera, è quella di un film già visto, girato però al contrario: dove prima si smontavano le barriere, oggi se ne tirano su di nuove. E fa un certo effetto ricordare la caduta del Checkpoint Charlie proprio oggi, nel 2026, in un anno in cui di muri si torna a parlare più che mai.
E noi, quaggiù?
Si dirà: cosa c’entra tutto questo con un paese della Valle Telesina? C’entra, eccome. Quando si blocca uno stretto a migliaia di chilometri da qui, il conto arriva puntuale al distributore di benzina e in fondo alla bolletta, anche a Guardia. E poi c’è la memoria: chi ha l’età per ricordare quelle immagini del 1990 sa bene quanta speranza girava allora, mentre i ragazzi di oggi stanno crescendo di nuovo con la parola guerra nel telegiornale della sera. Forse la lezione del Checkpoint Charlie è tutta qui: i muri più difficili da buttare giù non sono quelli di cemento, ma quelli fatti di paura e di diffidenza. E si smontano in un modo solo, continuando a parlarsi, senza smettere mai.
A.N.S.I.A.
Quand’ Vomma è Segn ca Chiov’
