Giuseppe Mazzini, il padre della patria nato il 22 giugno: repubblicano, carbonaro e un Sud che lo riguarda

Dopo aver passato al setaccio le date del 22 giugno, ci siamo accorti di una cosa: il calendario che sfogliavamo si era scordato il nome più importante di tutti, quello dell’italiano che proprio oggi, 221 anni fa, veniva al mondo a Genova. Parliamo di Giuseppe Mazzini, uno dei padri della patria, nato il 22 giugno 1805.
Il ragazzo di Genova che scelse l’Italia
Figlio di un medico e di una madre di rigida fede giansenista, Mazzini cresce a Genova con il pallino dei libri e l’insofferenza verso ogni autorità. Ha sedici anni quando, al passaggio in città di un gruppo di patrioti piemontesi in fuga, gli si accende un’idea che non lo lascerà più: che per la libertà della patria si poteva, e quindi si doveva, lottare. Si laurea in legge, fa l’avvocato e il giornalista, e nel 1827 entra nella Carboneria, la più famosa delle società segrete dell’epoca.
Dalla setta al sogno: la Giovine Italia
La Carboneria, però, lo delude presto. Arrestato nel 1830 e rinchiuso nella fortezza di Savona, in cella matura una convinzione netta: quella setta, coi suoi fini vaghi e i suoi riti oscuri, è ormai “fatta cadavere”. Appena libero, in esilio a Marsiglia, fonda nel 1831 la Giovine Italia, che è un’altra cosa: non una congrega dagli scopi nascosti, ma un movimento con un programma dichiarato, un’Italia “una, indipendente, libera, repubblicana”. Il metodo sta in due parole che diventeranno celebri, pensiero e azione, e il motto è “Dio e popolo”. Pochi anni dopo Mazzini allarga lo sguardo e fonda la Giovine Europa, immaginando un continente di popoli liberi e fratelli, una specie di Stati Uniti d’Europa quando l’idea era poco più che fantascienza.
Repubblicano, e fino in fondo
Mazzini non scese mai a patti con la sua idea di repubblica. Nel 1849 fu tra i protagonisti della Repubblica Romana, eletto triumviro insieme ad Aurelio Saffi e Carlo Armellini, una breve stagione in cui si votò perfino a suffragio universale maschile. Durò pochi mesi, schiacciata dalle armi straniere, e per Mazzini fu di nuovo esilio, condanne a morte in contumacia, anni di miseria a Londra. L’Italia, alla fine, si fece, ma con un re e non con la repubblica che lui aveva sognato. Morì a Pisa nel 1872, braccato fino all’ultimo, costretto a vivere sotto falso nome nel Paese che aveva contribuito a far nascere. Padre della patria, sì, ma di una patria che non somigliava del tutto alla sua.
E qui la storia ci tocca da vicino
Perché un genovese morto a Pisa dovrebbe interessare a noi, quaggiù? Perché la Carboneria in cui Mazzini mosse i primi passi non era un’astrazione nordica: era nata proprio nel Regno di Napoli, nel nostro Mezzogiorno, e i suoi moti più clamorosi esplosero a un passo da casa. Nella notte tra l’1 e il 2 luglio 1820 i carbonari partirono da Nola, in Campania, e la scintilla corse subito verso l’interno, su per l’Irpinia e l’entroterra appenninico. Benevento, allora isola dello Stato della Chiesa, che i carbonari li aveva scomunicati, era terra dove cospirare costava il doppio. Insomma, quando il giovane Mazzini giurava nelle “vendite” segrete, entrava in una rete che pulsava forte anche dalle nostre parti. Il Risorgimento, prima che sui libri di scuola, è passato per queste valli.
Oggi, 22 giugno, mentre i calendari distratti si dimenticano di lui, a noi piaceva ricordarlo. Anche perché, a pensarci bene, di gente che mette il pensiero prima della convenienza e l’azione prima delle chiacchiere, ce ne sarebbe sempre un gran bisogno.
A.N.S.I.A.
Quand’ Vomma è Segn ca Chiov’
