Guardia Sanframondi «capitale italiana dei riti popolari»: la voce gira, la sostanza no
Tra un bancone di bar e qualche chat si parla di un festival estivo che farebbe del paese il punto d’incontro di tutte le Italie rituali. L’A.N.S.I.A. ha messo la voce accanto alla storia dei Riti. Non si sono riconosciute.
Le voci, a Guardia, hanno sempre camminato più veloci delle processioni. L’ultima rimbalza da qualche giorno tra il bancone del bar e i gruppi WhatsApp di chi «conosce uno che ha letto il dossier», ed è di quelle che fanno gonfiare il petto: Guardia Sanframondi capitale italiana dei riti popolari. Un festival ogni estate, un villaggio nel centro storico, Comuni da tutta Italia con documentari e incontri, musica e danze la sera, e uno spazio gastronomico che non sarebbe un semplice spazio gastronomico ma, a sentire chi la racconta, un capitolo del racconto culturale dei territori.
Il giorno stesso la voce è approdata anche sulla stampa locale, rilanciata tale e quale come nota, con tanto di foto d’archivio dei Riti e senza una domanda in più. L’A.N.S.I.A. ha preferito prendersi una settimana per riflettere: sette giorni, uno per ogni anno del settennio. Ai Riti, del resto, ci si avvicina così: con calma.
Nessun ministero assegna un titolo del genere, nessun bando lo mette in palio, nessuna giuria lo proclama: è una capitale in senso figurato, per autocertificazione. Ma il punto non è il titolo. Il punto è che chi conosce i Riti, dopo trenta secondi di questa storia, ha già capito che si tratta più di un desiderio che di un progetto: una di quelle idee che raccontano soprattutto la voglia di fare qualcosa. L’A.N.S.I.A. ha voluto verificarlo con la cosa più noiosa e più efficace che esista: la storia dei Riti stessi, nero su bianco.
Un rito che non si convoca a calendario
Prima di diventare settennali, i Riti erano una risposta. La Madonna usciva quando c’era bisogno, non quando c’era un programma da riempire. Le cronache raccolte dagli studiosi locali sono un elenco di emergenze: nel 1736 per ringraziare della pioggia arrivata, nel 1739 per invocarla, nel 1743 contro le gelate, nel 1763 per far cessare la carestia, nel 1800 per il motivo opposto, quel «piovero suverchio» che allagava i campi. La Madonna, quella che apre e chiude il cielo, è uscita in via straordinaria per chiedere acqua ancora nel 1974.
La cadenza fissa ogni sette anni si è consolidata già dal 1818 (De Simone) e per ragioni molto concrete: i deputati rionali spiegano che la mobilitazione di energie e di costi è talmente pesante da richiedere anni di preparazione. Sette anni di gestazione per una settimana di Riti. Il festival di cui si parla, invece, si immagina ogni anno, con un dossier di una trentina di pagine come punto di partenza.
Il settennio è il punto, non il difetto
L’ultima edizione si è svolta dal 19 al 25 agosto 2024, la prossima arriverà nell’agosto 2031. Sia chiaro: nessuno propone di celebrare i Riti ogni anno. L’idea è un festival annuale sulla ritualità d’Italia, aperto alle tradizioni di altri Comuni, che dai Riti prenderebbe radice, nome e richiamo. Ma il nodo è proprio qui. Una tesi di laurea dedicata ai Riti osservava già oltre dieci anni fa che Guardia difende con ostinazione la cadenza settennale, e così resiste alla tendenza che ha trasformato tante feste in un tempo festivo dilatato in un «sempre», senza più distanza dal resto dell’anno.
Un appuntamento fisso ogni estate, intestato alla ritualità guardiese, finisce per somigliare proprio a quel «sempre». L’intenzione magari è buona, ma è come voler celebrare il silenzio con un concerto. E sei estati su sette la capitale dei riti ospiterebbe le tradizioni degli altri mentre la propria aspetta il suo turno, un po’ come aprire un parco tematico sulla cometa di Halley e tenerlo aperto tutti i giorni, hai visto mai che passi.
Niente luminarie, niente bancarelle
I Riti non sono una festa patronale e non sono una rappresentazione teatrale. Non ci sono fuochi d’artificio, luminarie, bancarelle o giostre. I deputati rionali esistono solo in funzione dei Riti; i figuranti dei Misteri non sono attori ma cittadini comuni, e restano muti e immobili per tutto il percorso. L’antropologo Marino Niola li ha indicati tra gli ultimi rituali di penitenza collettiva dell’Occidente.
E poi ci sono i battenti, per i quali la riservatezza è inviolabile. Il loro voto spesso resta sconosciuto persino in famiglia: capita che i parenti lo scoprano solo dopo la morte, ritrovando per caso il saio e la spugna in un angolo di casa. Già nel 2003 e nel 2010 l’indimenticato Don Filippo, Parroco, e nel 2024 i comitati rionali hanno chiesto a pellegrini e turisti, come prima regola, di guardare il corteo in silenzio.
Ora proviamo a sovrapporre l’altra immagine: il villaggio con gli stand dei territori, le danze serali, l’area con i documentari in proiezione continua. Dalla spugnetta allo spritz è un attimo.
Il pubblico dei Riti è un coro, non una platea
Chi pensa che ai Riti manchi visibilità dovrebbe leggere gli studi più recenti. Secondo la ricercatrice Rita Fusco, la gente dei paesi vicini che si assiepa nei vicoli non è pubblico ma coro: conosce le storie dei Misteri, canta, prega, piange insieme ai penitenti. Il pubblico di massa è arrivato inizialmente nel 1975 dopo una campagna promozionale della Pro Loco, con un picco nel 1982, quando la stampa nazionale scoprì i Riti e circa centomila persone si riversarono in un paese di cinquemila abitanti: l’antropologo Lello Mazzacane la chiamò l’esplosione del paese.
Da lì la curva: circa 150.000 visitatori nel 2010, oltre 100.000 nel 2017, circa 50.000 nel 2024. Un calo che lo studio legge come saturazione di uno sguardo turistico frammentato. Nel frattempo, però, la partecipazione alle processioni è rimasta stabile, con più giovani e più donne tra i battenti. Tradotto: meno spettatori, rito in ottima salute. Un richiamo nazionale costruito sul loro nome, in fondo, andrebbe nella direzione opposta.
La forza dei Riti sta proprio nel non cercare pubblico. Il pubblico arriva da solo, ogni sette anni, senza che nessuno debba invitarlo per e-mail.
Un no che vale più di una capitale
C’è un dettaglio che da solo basterebbe a chiudere la questione. Lo stesso studio ricorda che la comunità ha detto no alla proposta di candidare i Riti a patrimonio UNESCO: una scelta controcorrente, fatta per non perdere il governo della propria tradizione e decidere da sé fin dove condividerla. Una comunità che ha rinunciato all’UNESCO per restare padrona dei suoi Riti difficilmente sentiva la mancanza di un villaggio con gli stand.
Hanno resistito a peggio
Del resto i Riti hanno visto passare ben altri progetti per sistemarli. Il 19 agosto 1933 a Guardia comparvero tre manifesti nello stesso giorno: la Curia vescovile proibiva i battenti e i cappucci, il segretario del Fascio raccomandava disciplina, il podestà vietava per ordine della Pubblica Sicurezza i battenti a sangue, i cappucci di tutti i penitenti e perfino il vino ai processionanti. Seguirono gli arresti. Nel 1968 arrivò un’interrogazione parlamentare che auspicava un’opportuna azione per ricondurre tutto a una più composta manifestazione di fede, e per decenni una parte della stampa ha parlato di truculenza medievale.
Il bello è che il vescovo del 1933, quello dei divieti, aveva capito una cosa che oggi qualcuno sembra dimenticare: i veri penitenti, scriveva, non hanno mai fatto delle loro penitenze «pascolo della pubblica curiosità». Novantatré anni dopo, la ritualità finirebbe in vetrina, con tanto di programma serale.
Più intenzione che progetto
Resta la voce in quanto tale. Un festival senza una data, senza partner confermati, senza un Comune che abbia detto sì, affidato a un invito aperto a chiunque voglia aderire e a un dossier spedito per e-mail. È il genere letterario più praticato del Sannio: l’annuncio di intenzioni. Può nascere in perfetta buona fede, ma finché resta un invito senza impegni concreti è un auspicio, non un progetto. È il metodo inverso: prima la corona, poi il regno, poi forse qualcuno che ci abiti.
I Riti funzionano al contrario: sette anni di lavoro silenzioso, rione per rione, famiglia per famiglia, per una settimana che non ha bisogno di slogan. Nessun comunicato stampa ha mai fatto uscire la Madonna dalla sua nicchia.
Morale
Guardia non ha bisogno di diventare la capitale dei riti, perché i suoi Riti non hanno mai avuto bisogno di una capitale. Hanno bisogno di silenzio, di rispetto e di sette anni di pazienza. O, come concludeva quella tesi con una frase che a Guardia capiscono tutti: «i Riti non si discutono, si amano». Figuriamoci se si festivalizzano.
Il resto è una bella voce da bar, di quelle che durano quanto un caffè: calda, forte, e dopo dieci minuti già fredda nella tazzina.
Le fonti della verifica
- Rita Fusco, I Flagellanti del Terzo Millennio. Il caso dei Riti di Penitenza Settennali di Guardia Sanframondi, S&F n. 32, 2024: pubblico locale come coro, 1982 e Mazzacane, presenze 2010-2024, rifiuto della candidatura UNESCO, ultima uscita straordinaria 1974.
- Benito Pigna, Una forma particolare di processo culturale: i Riti. I Riti di Guardia Sanframondi, tesi di laurea, Università di Teramo, a.a. 2010-2011: settennio, deputati, anonimato dei battenti, divieti, interrogazione 1968, conclusioni.
- Luca Iuliani, Riti Settennali: festa di penitenza, ritisettennali, 5 giugno 2009: uscite per necessità 1736-1800, arresti del 1933.
- Manifesti del 19 agosto 1933: Curia vescovile di Telese o Cerreto Sannita, Fascio di combattimento e Podestà di Guardia Sanframondi.
- Marino Niola, presentazione dei Riti 2024 a Roma, riportata da Ottopagine; decalogo dei comitati rionali 2024, TVSette.
- Date 2024 e 2031: Comitato Generale dei Riti e stampa locale (Fremondoweb, Giroguardia), Napolike.
Fonte: A.N.S.I.A., Agenzia Notizie Semiseria d’Informazione Aggiornata
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