15 giugno 1215: il giorno in cui un re capì (a malincuore) che le regole valgono anche per lui

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Oggi ricorre l’anniversario della Magna Carta, il documento che 811 anni fa pose per la prima volta un limite scritto al potere di un sovrano. Il re non era d’accordo. Ma i baroni avevano le spade, e lui no.

C’è un campo in Inghilterra, a Runnymede, sulla riva del Tamigi, tra Windsor e Staines. Un posto anonimo, acquitrinoso, non particolarmente bello. Il 15 giugno 1215 quel campo fu scelto con cura da entrambe le parti, baronì ribelli da un lato e re d’Inghilterra dall’altro, proprio perché il terreno paludoso rendeva difficile un attacco a sorpresa. Nessuno si fidava dell’altro. Ed è esattamente in questo clima di reciproca diffidenza armata che nacque uno dei documenti più importanti della storia dell’umanità: la Magna Charta Libertatum, la Grande Carta delle Libertà.

Il re si chiamava Giovanni Senza Terra, soprannome già di per sé poco rassicurante per un monarca. Era il figlio minore di Enrico II, fratello di Riccardo Cuor di Leone, e aveva accumulato nel tempo un curriculum di inaffidabilità notevole: guerre perse, tasse aumentate senza consenso, rapporti pessimi con il papa, rapporti peggiori con i baroni. Nel 1214, l’Inghilterra aveva perso la battaglia di Bouvines contro il re di Francia Filippo Augusto, uscendone indebolita da tutti i punti di vista. Le tasse erano aumentate, e Giovanni era a corto di alleati.

I baroni, stanchi di pagare e di subire, si erano organizzati. A maggio del 1215 si riunirono a Northampton, sciolsero i loro legami feudali con Giovanni e marciarono verso Londra. Il re si trovò in una posizione scomoda: troppo debole militarmente per combatterli, troppo orgoglioso per cedere di buon grado. Scelse una terza via: trattare, guadagnare tempo, e poi cercare di rimangiarsi tutto. Come vedremo, ci provò davvero.


Un documento scritto in latino, su pergamena, con 63 articoli

La Magna Carta fu redatta dall’arcivescovo di Canterbury, Stephen Langton, nel tentativo di raggiungere la pace tra l’impopolare re e i nobili ribelli. Il documento era scritto in latino medievale e conteneva 63 articoli. Fu chiamata “grande carta” non per i princìpi che conteneva, ma semplicemente per la lunghezza del testo. Il nome è rimasto, i contenuti sono stati interpretati con una generosità che gli estensori originali probabilmente non avrebbero previsto.

I punti fondamentali erano chiari: la giustizia sarà amministrata senza ritardi e senza corruzione; il re non deve interferire con la Chiesa; i mercanti devono poter viaggiare liberamente senza dover pagare pedaggi; il re non può raccogliere nuove tasse se i baroni e i vescovi non sono d’accordo. In sostanza, per la prima volta nella storia inglese, si metteva per iscritto che il potere del re non era illimitato. Esisteva una legge. E quella legge valeva anche per lui.

Per la prima volta nella storia, un re doveva rispondere a delle regole scritte. Giovanni appose il suo sigillo. Non era felice. E si vede.

Va detto, per onestà storica, che la Magna Carta nasceva come accordo tra un re e i suoi baroni, non come dichiarazione universale dei diritti umani. Riconosceva per iscritto i diritti dei feudatari, della Chiesa, delle città inglesi e degli “uomini liberi”, escludendo dunque i servi della gleba. Chi non era nobile o non era libero, in sostanza, poteva aspettare. La storia avrebbe poi allargato il senso del documento ben oltre le intenzioni originali, ma questo è un vizio antico: usare le parole dei predecessori per giustificare cose che loro non avrebbero mai firmato.


Giovanni ci riprovò subito. E il Papa lo aiutò.

Che Giovanni non fosse convinto lo si capisce da quello che fece subito dopo. Considerò la Magna Carta un atto estorto con la forza e si appellò a papa Innocenzo III. Il pontefice, che aveva dato il suo assenso al documento, dopo appena dieci settimane emanò una bolla nella quale dichiarò la Magna Carta illegittima. In sostanza: firmato il 15 giugno, annullato ad agosto. Tempi rapidi, anche per il Medioevo.

Ne seguì la Prima Guerra dei Baroni. Giovanni morì nel 1216, prima di vedere come andava a finire. Il suo successore, Enrico III, rimise in circolazione il documento, con alcune modifiche. Fu più volte modificata e ratificata dal Parlamento fra il 1216 e il 1297. Con l’aggiunta nel 1628 della Petizione dei Diritti e nel 1689 del Bill of Rights, la Magna Carta sancì nel tempo la superiorità del Parlamento sulla corona. Una traiettoria di 500 anni, partita da un campo fangoso sul Tamigi.


Dall’Inghilterra medievale alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

L’eredità della Magna Carta va ben oltre i confini inglesi e il Medioevo. La versione definitiva del testo, elaborata da Enrico III nel 1225, ha influenzato numerosi documenti fondamentali successivi, tra cui gli emendamenti alla Costituzione degli Stati Uniti del 1791, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 e la Convenzione Europea sui Diritti Umani del 1950. Questi documenti si sono ispirati in particolare all’articolo 39 della Magna Carta, che garantisce il diritto alla giustizia e a un processo equo.

Quando nel 1948 Eleanor Roosevelt presentò all’ONU la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la chiamò “la Magna Carta internazionale, per ogni uomo ed in ogni luogo”. Il documento medievale era diventato il simbolo di un’idea che i suoi autori avevano applicato con molta parsimonia: che nessuno, neanche chi comanda, sia al di sopra della legge.

Oggi rimangono quattro copie originali della Magna Carta del 1215: due alla British Library, una nella cattedrale di Lincoln e una nella cattedrale di Salisbury. Documenti scritti su pergamena di pelle di pecora, sopravvissuti a otto secoli di storia, guerre, incendi e rimaneggiamenti politici. Giovanni Senza Terra non avrebbe voluto che durassero così a lungo.


Cosa c’entra tutto questo con noi

In apparenza, poco. Siamo nel Sannio, non sul Tamigi. Giovanni Senza Terra non ha mai visto Guardia Sanframondi, e probabilmente non sapeva nemmeno dove fosse il Mezzogiorno d’Italia. Ma il principio che quel giorno fu scritto su pergamena, ossia che il potere ha dei limiti e quei limiti devono essere scritti, vale ancora. Vale quando si parla di decisioni che riguardano la vita di chi abita un territorio.

Ottocento anni fa ci vollero dei baroni armati per farlo capire a un re. Speriamo di arrangiarcela con strumenti un po’ meno drastici.

Fonte: A.N.S.I.A. — Agenzia Notizie Semiseria d’Informazione Aggiornata — Quand’ Vomma è Segn ca Chiov’

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